Archivio per ALTROVERSO

Poietika – il corpo della parola

Posted in 2015, Art and Literature, Art and Music, Art and Visions, Campobasso, Italy with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 maggio 2015 by iram17

20-24 maggio - Festival Internazionale della letteraturaLa parola s’incammina, si fa corpo, suono, voce. Respira il ritmo della terra. La parola fa, costruisce e svela mondi, ci riconduce al centro di noi stessi dove l’eco di una gemma riluce.
Poietika è ricerca di quell’essenza, sintesi della sostanza di cui si nutre la parola. E la cerca nella voce, nel suono, nel gesto, nella declinazione di un nome da ricomporre. Il corpo di una parola nuova anche se è sempre la stessa dalla notte dei tempi. Poietika non celebra il verbo, almeno non nella ritualità salottiera e televisiva nella quale quotidianamente s’incensa un corpo svuotato di carne e linfa. Poietika ricuce lo strappo e scava la profondità. Fa la sponda tra il dire e il dirsi. Insegue un suono, una sillaba, un guizzo, ogni indizio, ogni fibra di quell’universo. Poietika ascolta la voce di scrittori, critici letterari e poeti, non si perde una nota sullo spartito dei musicisti, si tiene allo scandaglio dei filosofi, sta con gli occhi fissi su ogni gesto col quale la parola s’incarna nel corpo di chi la fa. Di chi si fa parola.
Poietika è anche questo, vocabolario e grammatica dell’incontro, accoglienza che vibra nell’ascolto dell’altro da sé e all’altro fa dono del proprio corpo lucido e scarno.
Poietika è soprattutto questo, l’urgenza della parola, di una parola necessaria, declinata durante cinque giorni densi in cui una piccola regione tenta di restituirle il fiato.


Valentino CampoDirettore artistico di Poietika

Dal 20 al 24 maggio La Parola svelerà la sua multiforme essenza che prenderà corpo attraverso le diverse declinazioni. Poietika solca un percorso, un trait d’union tra la filosofia, la narrativa, la poesia, il teatro, la musica, la fumettistica, le arti visive. Poietika è una cinque giorni densa di incontri, che mette in comunicazione autori molisani con ospiti di rilevo nazionale e internazionale. Saranno previsti, quindi, presentazioni di libri e di nuove voci del panorama letterario italiano, reading, concerti, performance teatrali, interventi di filosofi e di studiosi di semiotica, tavole rotonde relative allo stato della poesia e in generale della letteratura oggi in Italia.

Dedicato al ricordo di Dominick Ferrante

Teatro Savoia
Piazza Gabriele Pepe, 23 – 86100 Campobasso
tel. 0874311565

Fondazione Molise Cultura
Via Milano, 15 – 86100 Campobasso (CB)
Tel. 0874 314386 – 314382

Ingresso Libero

http://poietika.com/

Una storia immortale, di Leonardo Bonetti

Posted in 2013, Roma with tags , , , , , , , on 29 novembre 2013 by iram17

Questo libro è per il lettore una vera sorpresa, perché deve essere stato una sorpresa per chi l’ha scritto.

Come un animale impastato di aria e di sale, il libro respira il respiro delle tue mani e finisce per innervarsi sulla tua fronte come l’occhio di uno scarabeo d’argento. Sarà difficile che questo racconto muoia come tutti gli altri nella discarica pneumatica di una letteratura condannata alla parodia di se stessa. “Una storia immortale”, come un veleno sottile ma tenace, si mischierà con il tuo sangue e ne cambierà per sempre il colore.

Già la cover appare aliena nella sua vittoriana familiarità. Con quel cielo che sembra uscito dal trip di un pittore espressionista e le due figure appena ritagliate dalla luce in tralice della fine, si rivela come una installazione estrema. L’ultimo ready-made di un pazzo unto da Dioniso. Un memento mori o un testamento della dissolvenza. O forse solo una di quelle fotografie che nelle scene madri dei film si sciolgono nel morso della vampa.

A ben guardare, in questa immagine le due figure non ci sono. Appiattite sul fondale corrugato del nulla, sono già state spazzate via dal vento della parola e hanno lasciato sulla carta solo l’aura del dolore. Il dolore eccentrico di due vite concentriche. Avvitate l’una dentro l’altra nella banalità del male.

In queste pagine c’è solo la parola sovrana che insegue la cristallina perfezione della propria vibrazione. In questa storia immortale, Sebastiano e Blaniĉka non sono. Non esistono al di là del loro negativo perfetto. Non sono i protagonisti di una finzione letteraria. Non sono i personaggi di un romanzo postmoderno. Non sono l’invenzione allegorica di una umanità allo stremo. Non sono gli esangui fantasmi del solito noir votato alla rassicurazione filosofica.

Loro due e tutti gli altri, i morti e i vivi, e la natura abbagliante della montagna e la luce luciferina di Roma e l’eco lacerata della terra di Bucovina, sono la letteratura stessa che chiede conto alla finzione. E sono l’umanità che chiede conto alla letteratura del suo compito. Incarnando la radice di un gesto antico da sempre levato, Sebastiano e Blaniĉka sono la storia che mai finirà.

30 novembre 2013

Luigi Fabio Mastropietro

Una storia immortale, di Leonardo Bonetti

Roma 23 novembre 2011 – Biblioteca Casanatense

Posted in 2011, Roma with tags , , , , , , , , , , on 28 ottobre 2011 by iram17

di Giorgio Linguaglossa

Presentazione libro

23 novembre 2011 ore 17.00

Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) di Giorgio Linguaglossa.

Interventi di:
Alberto Bevilacqua,
Luciano Luisi,
Roberto Bertoldo,
Luigi Manzi,
Luigi Fabio Mastropietro,
Valentino Campo.
Info: EDILAZIO - Tel. Fax: (+39) 06.7020663 - e-mail: info@edilazio.com

Per info: Biblioteca Casanatense

Un lavoro che nelle premesse si annuncia epocale  “il risultato di trenta anni di studi e di riflessioni sulla poesia italiana del Novecento. Uno strumento, ritengo, utile per capire qual è l’eredità che il Novecento lascia alla poesia italiana, le profonde modificazioni subite dalla forma-poesia nel corso di questi ultimi 65 anni e le sue possibilità di sviluppo per il futuro”. La storia della poesia italiana di Giorgio Linguaglossa riannoda i fili di un epos letterario estremamente ampio e articolato, riconducendolo a una omogenea cornice critico-interpretativa e colmando una lacuna storica ormai annosa.

Storia della poesia italiana dal 1945 al 2010. Dalla lirica al discorso poetico.

“Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana dal 1945 al 2010”, di Giorgio Linguaglossa. Indice
Roma, Edilet, 2011 pp.410 € 18,00 In vendita presso le principali librerie italiane. Si può anche richiedere all’editore via e-mail: info@edilet.it  sito web: www.edilet.it

Il Corpo di Dioniso, Denis Brandani

Posted in Art and Literature with tags , , , on 1 settembre 2009 by iram17

Non vedrò mai il dio in faccia.

Ma non importa più, ormai.

Ho sentito la sua musica

e posso respirare il suo fiato dentro di me

(Denis Brandani)

Il corpo di Dioniso

Racconto d’inverno è un romanzo e un’opera musicale. Generati dallo stesso autore, il racconto letterario e quello musicale portano lo stesso nome. Sono come gemelli omozigoti. Fecondati dallo stesso uovo, mostrano geni culturali uguali.

In realtà, penso che non ci sia differenza tra il Racconto d’inverno letterario e quello musicale, perché entrambi sono una bussola che mi guida nel labirinto cieco di questa esistenza. Un sestante, per misurare l’angolo di elevazione della mia coscienza sull’orizzonte limaccioso di questa incarnazione. Racconto d’inverno, come un sestante, fa combaciare lo specchio dei miei sogni con lo specchio della realtà, sottraendo la deriva nel quotidiano della mia mente.

Quando leggo della fuga rosso sangue del protagonista, penso che Racconto d’inverno sia stato scritto da sempre. Penso che sia stato cantato ancora prima della scrittura. Salmodiato dalle voci dei morti del mondo prima di affondare la faccia nella terra. Prima di passare la soglia in fiamme del monte Horeb.

E allora vedo che il fuggiasco e il bambino-guida e la giovane donna sono la stessa persona. Condannata a girovagare nel labirinto di specchi e chimere di Cnosso. Sono il Minotauro che vive nel sottosuolo allagato della mia coscienza, perchè Racconto d’inverno è la cabala visiva del Minotauro prigioniero di se stesso.

E come il Minotauro comincio a vedere sigilli di fuoco impressi sulle porte di piombo. Comincio a udire suono di passi nelle gallerie deserte. Voci che si rincorrono nella mia testa. Gli occhi velati di cenere e lacrime, vedo tutti i colori del mondo. I colori del deserto e delle città di sabbia. Il muto colore della tormenta e il suono trasparente della pioggia sul roveto. Come il Minotauro braccato, ho in bocca il sapore nero della guerra. Un freddo che non è di questa vita mi brucia le ossa. E mi nutro dei pochi sogni che riesco a catturare. Sotto i miei piedi, nel letto della terra scorreva un fiume. Ora c’è solo il suo canto. Dove era l’uomo, ora solo un’impronta di polvere. Un’orma opaca.

Le mie dita sfiorano la corteccia dell’ultimo larice e i miei occhi lo sentono respirare e il sale sulla lingua mi dice che il mio viaggio sta per finire. Come il fuggiasco di Racconto d’inverno, sono giunto nella terra della pietra lunare inseguendo l’orizzonte. Sono nato nella casa delle Madri, nel fondo di quel mondo che ha spento le stelle prima che io nascessi.

Come Cristo scacciato da Dio, la mia fronte gronda sangue e le mie mani si sono indurite come quelle dei morti. Domani il mio cuore diserterà da me. E allora, dovunque mi trovo, sulla roccia della montagna o sull’asfalto di una città perduta, mi siedo di spalle alla luna.

Per i miei figli lontani o per i figli che non ho mai avuto o forse solo per me stesso, comincio a raccontare. Accendo un fuoco perché il mio racconto si nutra e le bestie si mantengano fuori del cerchio. Sento già arrivare i miei demoni in punta di piedi e unirsi al cerchio in silenzio. Adesso che il sole è tramontato e la casa è vuota, posso ricordare i loro nomi. Nominarli uno ad uno e recidere uno ad uno tutti i fili che mi legano a questa vita.

Non è strano che si possa dormire mentre la luna attraversa il cielo?

Mentre il mondo soffoca, resto zitto. Acquattato tra le coltri iridescenti del tramonto, aspetto. Aspetto che arrivi, trascinandosi sulla rena bagnata, le scarpe di stracci, incatenato per il collo all’infermiera bendata. Aspetto di vederlo cadere in ginocchio e ridere in faccia al mare, più forte del suo mugghiare. Aspetto di vedere il disertore di Racconto d’inverno tagliare quella luce così dolce e nera. Aspetto di vedere le crepe nei suoi occhi per cogliere il corpo del dio che si muove. Ma il dio si nasconde nella sua lingua gonfia di annegato e viene fuori sempre alle mie spalle.

Non vedrò mai il dio in faccia. Ma non importa più, ormai. Ho letto il suo libro. Ho sentito la sua musica e posso respirare il suo fiato dentro di me.

Denis Brandani

PrintPrint Get a PDF version of this webpage PDF

Cos’è Racconto d’inverno?

Estratti da L’Arte di scavare pozzi:Epifanie private e Angelica, di Valentino Campo

Posted in 2010, Campobasso with tags , , , , , , , on 13 aprile 2009 by iram17

sezione prima

IL NERO DELLA TERRA

Epifanie

Domenica delle Palme

Vidi, lo vidi

il nero della seppia

nel nero che recide

l’ombra dal suo doppio.

Persi la rotta nel timpano

del fiume,

gettai alla riva

all’ansa la mia voce,

al luccio chiesi

l’aria dei suoi bronchi

il filamento nel pantano;

all’onda resi

il sale dei miei anni.

Lunedì Santo

Ti so, ti sento,

ombra, mia presenza,

nel cavo dell’iride che sgrossa

il dalmata a nuoto nel trifoglio,

palla e fanciulla saldi al chiostro

stillano il miele dell’astro.

E tu ti celi nel cono

dei suoi dardi, nel midollo

delle cose, la schiena devo darti

se voglio il tuo perdono.

seconda sezione

DI LUCE IN LUCE

Angelica

*

La trinità si mosse

in un cono

di luce,

sazia di luce

si guardò intorno

in un’aria di mosche.

Dal basso

risaliva la corrente

di sterpi lavati

con l’acqua dei cani.

Ora che tutto stava

per compiersi

sentiva la scure

invocare il legno,

un ronzio d’incenso

benedire i suoi passi.

******

Angelica non parla,

dà la saliva

al nido delle tarme,

poi arriva al masso

dove il ramarro

dorme,

lo scuote, gli dà il cambio,

sale

per vedere il mare.

METEMPSICOSI

Primo movimento

Arginnide

Angelica, questo è il mio nome,

ombra che disponi l’ordito

e non ti fai vedere,

filo su filo

per placarti poi nel grido

delle mie ali.

…………………………

…………………………

Ma tu sai il mio nome,

lo tiene

l’occhio del ramarro,

sul dorso lo sento,

scaglia che beve

e raspa il pigmento.

E torno lì dove

non ero mai stata

sull’ara

da dove non mi sono

mai mossa.

ANABASI

Secondo movimento

Di luce in luce

fin dove traduce

la luce,

di cielo in cielo

m’involo;

sono e non sono

altro non fui

altro che Lui.

Non piangere la sventura - dice la poesia - poiché essa sarà cantata. 
Canta la sventura - dice il poeta - poiché essa fu pianto. 
Così Angelica è morte e il poeta forma della morte. E la poesia circonferenza 
attorno al centro-vuoto. Questo centro-vuoto è l'ara-masso. Dove il ramarro prega. 
Il ramarro è il poeta e il poeta è rettile come cervello rettile, sepolto e 
custodito dalla pia mater. Qui giunge Angelica a scuotere il dormiente e dargli il cambio.
La poesia dice - o Angelica o poeta. Dice il poeta - io sono Angelica. Stefano Calzi


Valentino Campo è nato e vive a Campobasso dove insegna presso il Liceo Scientifico Statale “A. Romita”.

Dirige insieme a Luigi Fabio Mastropietro il “Quaderno internazionale di segni contemporanei AltroVerso”.

Visibilia [Verona 2009]

Posted in 2009, Art and Literature, Art and Visions with tags , , , on 20 marzo 2009 by iram17

Visibilia Invisibili di terra e di cielo

Azione poetica teatrale a cura di AltroVerso

Venerdì 20 Marzo 2009 – ore 18,30

Società Letteraria – Sala Montanari

Piazzetta Scalette Rubiani, 1- 30127 Verona

Verona Poesia 2009

Testi di: Denis Brandani, Valentino Campo, Stefano Calzi, Kharim Chaloub, Luigi Fabio Mastropietro, Ibrahim Nasrallah

Arte visiva: Ettore Frani

Lettrici: Mari Correa, Maria Cristina Piccinno

Musiche di: Mari Correa, Enigma, Djivan Gasparyan, Lisa Gerrard, Sainkho Namtchylak, Arvo Part, Ahmad Pejman

Videografia: ArcadEnterprise

Direzione Artistica: Luigi Fabio Mastropietro

http://www.veronapoesia.it/2009/programma2009.htm

VISIBILIA – GLI INVISIBILI DI TERRA E DI CIELO

Posted in 2008, Art and Visions with tags , , , on 11 ottobre 2008 by iram17
Il libro, la mostra e lo spettacolo di Flavio Brunetti raccontano gli invisibili 
di terra e di cielo. Raccontano gli uomini e le cose che non abbiamo mai visto e 
che non vedremo mai. Le figure di carne e di pietra del mondo fuori dal mondo.
 L’occhio del fotografo assume su di sé il sacro ufficio di “mandare in visibilio
 gli invisibili”... E’ in questa sorta di estasi degli invisibili il segreto 
dell’arte di Flavio Brunetti.
Luigi Fabio Mastropietro – Il Bene Comune – Aprile 2008

visibilia

Dissipatrice di ombre è la fotografia di Flavio Brunetti, che cola nelle ferite 
che sentì nel canto. La foto senza. La foto. La foto senza più niente.... Questa 
fotografia fa fiorire la menta e il timo tra sterpi ruderi e cemento. Fa fiorire 
la lacrima e fa fiorire l’odio. Non ha pietà né compassione perché – ...
Un lento, silenzioso inverno sono le fotografie di Flavio Brunetti... Ma lontano 
da dove - e solo lontano da dove – erompe l’urlo del tutto espressionistico da 
contratti, contorti, michelangioleschi volti.... Se è perduto ciò che sempre non 
ritornerà, ebbene l’intensità di questa assenza davvero chiama da qualche parte
 verso qualche parte. Ovunque ma non qui. E l’utopia è tutta in un solo passo. 
Da compiere.
Stefano Calzi – filosofo esteta – Altroverso n.13

Visibilia 2008

Posted in 2008, Art and Visions with tags , , , , , , on 10 ottobre 2008 by iram17

visibilia

Testi di: Denis Brandani, Valentino Campo, Stefano Calzi, Kharim Chaloub, Luigi Fabio Mastropietro, Ibrahim Nasrallah

Arte visiva: Flavio Brunetti

Lettori: Mari Correa,  Maria Cristina Piccinno,  Fabio Mastropietro

Musiche di: Mari Correa, Enigma, Djivan Gasparyan, Lisa Gerrard, Sainkho Namtchylak, Arvo Part, Ahmad Pejman


Direzione Artistica: Luigi Fabio Mastropietro


AltroVerso – Quaderno di segni Contemporanei

Posted in 2008, Art and Literature, Art and Music, Art and Visions with tags on 9 ottobre 2008 by iram17

altroverso piccolocopia

Allora vidi la mia ombra

Posted in Art and Literature with tags , , on 2 ottobre 2008 by iram17

Allora vidi la mia ombra

La vidi tremare

Come stelo nel deserto

Vidi la mia ombra tremare

(dalle Epifanie private, Valentino Campo)

La poesia di Valentino Campo è virale e affamata. È poesia medianica che nutrendosi della carne e del sangue del poeta, si nutre della carne e del sangue del mondo. È voce che per vivere ha bisogno di consumare i tessuti vitali di chi la pronuncia. Non è una scelta ma una condizione genetica di vita. La condizione di chi è affetto da un male e soffrendone produce una linfa che va a cristallizzarsi negli strati profondi dell’essere. La linfa vitale alimenta questo giacimento di ossidiana sepolto in fondo all’abisso della coscienza, ma non riempirà mai il Tartaro scavato sotto le ali di Crono. Non bastano nove giorni e nove notti all’incudine del dolore per toccare il fondo della poesia.

Il poeta non si riconosce poeta, ha terrore e nausea di questo ruolo e di questa definizione. La sua poesia nasce dalla dannazione di chi parla per il mondo e dallo stato di grazia di chi tace se stesso. Il poeta scrive malgrado se stesso. Canta con una voce non sua e sa bene che per dare spazio a questa voce altra che dimora dentro di lui deve struggersi e distruggere. La voce della poesia si leva dalle ceneri del tempio e risuona tra le macerie dell’io.

È questa la sola poesia possibile per chi porta su di sé i segni dell’attraversamento. Questa la sola condizione perché la voce parli oltre e contro di lui, in nome del dio che lo possiede. Questa la sola presenza, perché la poesia viva dell’assenza del poeta. Perché il raro clostridio di questa malattia che fa dire l’indicibile, contagi chi l’ascolta. Catturi il senso perduto delle cose e risvegli i sensi del mito. La cerimonia della poesia è officiata sul ciglio della voragine. E solo nell’offerta del sacrificio, la parola benedetta sarà detta bene e i sussulti della voce si placheranno.

La voce scaturisce dal corpo negato del poeta. Canta in una lingua inaudita e corrusca, scagliata nella gola dell’uomo dai primi lampi di concepimento del verbo. Una lingua gravida di senso che sembra nascere dallo stupro del silenzio primigenio. La lingua parlata dai morti e dai morituri. Muta e misericordiosa come quella dei morti. Barbara e sfigurante come quella dei morituri. La lingua pronunciata dalle labbra dell’esilio. Accecanti barbagli di una lingua antica come il dio che la divora.

Eppure questa poesia non ha alcuna azione drammatica, se non l’azione del primo uomo che si sradica dal cerchio di fuoco dei riti della comunità ancestrale per attraversare la propria morte e restituire al mondo la vera immagine di se stesso. Una poesia che è specchio pietoso del suo deserto. Una poesia che, grazie a Dio, non racconta ma scava pozzi. Non descrive ma dilata pori. Non insegna ma segna croci. Non consola ma unge pietre sulla soglia.

Superando quella soglia, il poeta rimane solo a consumare il cilicio dell’uomo. Fuori dal mondo, a inseguire la misura. Nel cuore del mondo, a distillare quella scaglia di luce che unisce la morte alla vita.

E come l’Imbunche, il bimbo santo di Josè Donoso, il poeta scopre in punto di morte che tutti gli orifizi del suo corpo, bocca, naso, occhi, orecchie, sono cuciti e che le sue mani e i suoi piedi sono legati al letto di contenzione. Il poeta non può parlare, né sentire, né vedere, né muoversi e resta lì fermo immobile ad ascoltare il passo grave che si avvicina. Poi, all’improvviso, avverte che qualcosa si strappa dolcemente nel petto e come un canto si libera nel nulla, e gli sopravvive.

Luigi Fabio Mastropietro