Allora vidi la mia ombra

Allora vidi la mia ombra

La vidi tremare

Come stelo nel deserto

Vidi la mia ombra tremare

(dalle Epifanie private, Valentino Campo)

La poesia di Valentino Campo è virale e affamata. È poesia medianica che nutrendosi della carne e del sangue del poeta, si nutre della carne e del sangue del mondo. È voce che per vivere ha bisogno di consumare i tessuti vitali di chi la pronuncia. Non è una scelta ma una condizione genetica di vita. La condizione di chi è affetto da un male e soffrendone produce una linfa che va a cristallizzarsi negli strati profondi dell’essere. La linfa vitale alimenta questo giacimento di ossidiana sepolto in fondo all’abisso della coscienza, ma non riempirà mai il Tartaro scavato sotto le ali di Crono. Non bastano nove giorni e nove notti all’incudine del dolore per toccare il fondo della poesia.

Il poeta non si riconosce poeta, ha terrore e nausea di questo ruolo e di questa definizione. La sua poesia nasce dalla dannazione di chi parla per il mondo e dallo stato di grazia di chi tace se stesso. Il poeta scrive malgrado se stesso. Canta con una voce non sua e sa bene che per dare spazio a questa voce altra che dimora dentro di lui deve struggersi e distruggere. La voce della poesia si leva dalle ceneri del tempio e risuona tra le macerie dell’io.

È questa la sola poesia possibile per chi porta su di sé i segni dell’attraversamento. Questa la sola condizione perché la voce parli oltre e contro di lui, in nome del dio che lo possiede. Questa la sola presenza, perché la poesia viva dell’assenza del poeta. Perché il raro clostridio di questa malattia che fa dire l’indicibile, contagi chi l’ascolta. Catturi il senso perduto delle cose e risvegli i sensi del mito. La cerimonia della poesia è officiata sul ciglio della voragine. E solo nell’offerta del sacrificio, la parola benedetta sarà detta bene e i sussulti della voce si placheranno.

La voce scaturisce dal corpo negato del poeta. Canta in una lingua inaudita e corrusca, scagliata nella gola dell’uomo dai primi lampi di concepimento del verbo. Una lingua gravida di senso che sembra nascere dallo stupro del silenzio primigenio. La lingua parlata dai morti e dai morituri. Muta e misericordiosa come quella dei morti. Barbara e sfigurante come quella dei morituri. La lingua pronunciata dalle labbra dell’esilio. Accecanti barbagli di una lingua antica come il dio che la divora.

Eppure questa poesia non ha alcuna azione drammatica, se non l’azione del primo uomo che si sradica dal cerchio di fuoco dei riti della comunità ancestrale per attraversare la propria morte e restituire al mondo la vera immagine di se stesso. Una poesia che è specchio pietoso del suo deserto. Una poesia che, grazie a Dio, non racconta ma scava pozzi. Non descrive ma dilata pori. Non insegna ma segna croci. Non consola ma unge pietre sulla soglia.

Superando quella soglia, il poeta rimane solo a consumare il cilicio dell’uomo. Fuori dal mondo, a inseguire la misura. Nel cuore del mondo, a distillare quella scaglia di luce che unisce la morte alla vita.

E come l’Imbunche, il bimbo santo di Josè Donoso, il poeta scopre in punto di morte che tutti gli orifizi del suo corpo, bocca, naso, occhi, orecchie, sono cuciti e che le sue mani e i suoi piedi sono legati al letto di contenzione. Il poeta non può parlare, né sentire, né vedere, né muoversi e resta lì fermo immobile ad ascoltare il passo grave che si avvicina. Poi, all’improvviso, avverte che qualcosa si strappa dolcemente nel petto e come un canto si libera nel nulla, e gli sopravvive.

Luigi Fabio Mastropietro

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